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Una città a misura di automobile

PREMESSA: dal 3 all'8 dicembre sono stato a Fort Lauderdale in Florida. Mia prima volta fuori dall'Europa.

Il mio hotel era sulla 17th strada di Fort Lauderdale, una strada a quattro corsie per lato che porta sul lungo mare. Dal lato del mio hotel c'erano altri hotel e nessun bar o ristorante interessante. Dal lato opposto c'erano alcuni ristoranti italiani, un fast food, alcune pizzerie e una caffetteria Starbucks. Dovevo quindi attraversare la strada, larga una quarantina di metri per rifocillarmi.

La prima sera, sebbene stanco dal viaggio, ero troppo curioso per fare un giretto a piedi al caldo. Ricordiamoci questo: il percorso più breve sarebbe di una quarantina di metri. Un po' intimorito da una strada a otto corsie dove tutte le macchine viaggiano a 35 miglia all'ora (56km/h) inizio a percorrere il marciapiede cercando le strisce pedonali per attraversare. Scopro ben presto che le strisce pedonali sono solo in coincidenza coi grossi incroci. Il più vicino è a 250 metri da me. Da 40 metri sono passato quindi a 500 metri per attraversare la strada.

Poi il semaforo pedonale merita un paragrafo tutto suo. Occorre fare la richiesta col pulsante come ormai in tutto il mondo. L'attesa è però lunghissima: almeno due turni del semaforo per le automobili. Inoltre "il verde per i pedoni" che qui è bianco, dura pochissimo e comunque, come indicato nei cartelli ai semafori, non ti garantisce che le automobili non ti investano visto che la svolta a destra è consentita anche con semaforo rosso.

Fatto sta che per un po' di volte ho attraversato la strada usando quel semaforo. Poi mi sono accorto del perché gli americani usano tanto le bevande da asporto e girano sempre con il bicchierone della bibita in mano. A tardo pomeriggio sono andato da Starbucks perché avevo sete e voglia di qualcosa di simile al caffè. Prendo un maledettissimo miscuglio di caffè, latte, ghiaccio, menta e panna montata con polvere di cioccolato sopra*. Mi siedo nelle panche, al fresco dell'aria condizionata e grazie al wifi gratis occupo il tempo a chattare con gli amici in Italia. Nel mentre termino anche la bevanda portatrice di diarrea. Soddisfatto e ignaro del mio futuro sul cesso, esco e torno in hotel percorrendo ancora una volta i 500 metri lungo la strada e aspettando alcuni minuti davanti al semaforo pedonale. Davanti all'hotel mi accorgo di avere di nuovo sete. Praticamente sono andato in caffetteria solo per prendere la diarrea.

Decido allora di dimostrare la mia italianità e di attraversare la strada alla prima occasione fregandomene delle strisce e dei semafori. Non sarà politicamente corretto ma è l'unico modo per non perdere anni di vita e centimetri di suole di scarpe alla ricerca delle strisce pedonali. Alla fine le macchine vanno tutte piano (tutti rispettano i limiti) e i semafori raggruppano le automobili quindi ci sono periodi in cui la strada è deserta. Sicuramente meno pericoloso che attraversare a piedi un attraversamento pedonale in Italia. Però poi anche questa soluzione mi ha lasciato l'amaro in bocca. Oltre a me, giustificato dalla nazionalità italiana, attraversavano la strada solo i barboni e gli ubriaconi (questi ultimi nemmeno aspettavano che non passassero le macchine).

Alla fine sono diventato americano pure io. Per prendere il caffè dall'altra parte della strada ho preso l'automobile. Esco dall'hotel, salgo in macchina (una Hyundai Elantra 1400 cc di cilindrata turbo benzina, 128 cv), accendo l'aria condizionata, percorro 40 metri per attraversare la strada, parcheggio, prendo il caffè. Questa è la vera America!

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* è la ricetta per la diarrea assicurata.

Pizza pepperoni

PREMESSA: dal 3 all'8 dicembre sono stato a Fort Lauderdale in Florida. Mia prima volta fuori dall'Europa.

Continuo con il racconto della mia esperienza americana. Ho praticamente sempre mangiato da solo scegliendo il ristorante a caso tra quelli nelle vicinanze dell'hotel. La prima sera, stanchissimo dal viaggio, la scelta è stata obbligata: panino e patatine fritte in una catena di fast food: BurgerFi. Panino tipo MacDonald ma voto addirittura negativo alle patatine messe a friggere senza aver tolto la buccia. Schifose da vedere e da mangiare.

Il giorno seguente mangio in riva all'oceano, sul lungomare un petto di pollo con una salsa ai funghi. Bello da vedere e buono da mangiare. Ovviamente l'americano vuole rendere immangiabile anche ciò che gli riesce bene e quindi la cameriera mi propone di aggiungere "parmesan cheese". Sarò stato scortese ma non ho trovato alternative se non rispondere con "No, thanks. I am italian."

Anni fa Tommy mi aveva raccontato che negli Stati Uniti esisteva la "pizza pepperoni" dove i "pepperoni" è il salame piccante. Per verificare la cosa, ho scelto un ristorante italiano davanti all'hotel e ho ordinato una "pizza pepperoni" chiedendo quali ingredienti ci fossero. La cameriera stupita della domanda mi ha risposto "pepperoni". Ah ok. La pizza era, come previsto, col salame nemmeno tanto piccante. Pizza veramente buona. Impasto soffice. Pomodoro e mozzarella ottimi. Il ristorante è Giorgio's a 1499 SE 17th St, Fort Lauderdale. Merita.

Nelle vicinanze c'è un'altra pizzeria dal nome italiano*: Panaretto. Evitatela nonostante le buone recensioni su Google e TripAdvisor: la pizza è buona ma il fondo è carbonizzato e fuligginoso. E' come firmare per il cancro.

Gli altri giorni ho mangiato in compagnia. Un giorno abbiamo mangiato greco tanto per non amalgamarci con la nazione che ci ospitava. Un altro giorno abbiamo mangiato italiano. Ho chiesto delle scaloppine con una salsina pepata. Buono ma non ho capito il senso della tazzina da thé piena di spaghetti al pomodoro che mi hanno dato come contorno alle scaloppine. Perché?

L'ultima sera, cena ufficiale tra italiani in un ristorante da fighetti affacciato sui canali con gli yachts attraccati. Bellissima la faccia del cameriere a cui abbiamo chiesto cinque bistecche di manzo senza nessuna salsina e insalata come contorno senza avocando, senza uvetta e senza nessun'altra verdura: una bistecca con l'insalata! Punto! Ci ha chiesto per dieci volte se eravamo sicuri di non voler condimenti: se hai la materia prima buona, non serve mischiare e coprire tutto con le salsine!

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* Mangiare italiano all'estero è sempre un rischio. Puoi prendere il cuoco del luogo che non ha mai mangiato in Italia ma pensa di saper cucinare italiano. Puoi prendere il cuoco del luogo che ha mangiato in Italia ma ha capito che tanto deve fare da mangiare a persone che non hanno mai mangiato in Italia. Puoi prendere il cuoco italiano che ha mangiato in Italia ma non è capace di cucinare: con tutti i ristoranti e i possibili clienti che ci sono in Italia, se sei bravo, non c'è bisogno di emigrare.

Un aeroporto viola

PREMESSA: dal 3 all'8 dicembre sono stato a Fort Lauderdale in Florida. Mia prima volta fuori dall'Europa.

Avrei dovuto volare da Bologna a Miami, passando da Düsseldorf, con la compagnia AirBerlin che però all'ultimo ha cancellato il volo sull'oceano. Poco male, insieme ad una coppia di turisti riminesi diretti alle Bahamas, sono stato dirottato su un volo British Airways / American Airlines che faceva scalo a London Heathrow: l'aeroporto viola.

Già sull'aereo, poco prima dell'atterraggio, descrivono l'aeroporto, il cammino che si deve prendere e fanno un lieve riferimento al personale vestito di viola che sarà a disposizione per chiarimenti. Il primo impatto appena scendi dall'aeroporto è devastante: è immediato pensare di aver sbagliato aeroporto, nazione e continente! Il personale in viola proviene tutto dalle colonie inglesi nel continente indiano e limitrofi. Probabilmente ci sono più indiani a Heathrow che in un qualunque aeroporto indiano.

Fanno benissimo il loro lavoro: non ti lasciano il tempo di cercare le informazioni; sanno già da dove vieni, cosa stai cercando e dove devi andare. Accompagnano i viaggiatori in un percorso che diviene obbligato attraverso due terminal e altrettanti controlli di sicurezza. Senza essere mai stato in quell'aeroporto e senza aver letto nessun cartello sono arrivato all'imbarco del volo American Airlines senza nessun tipo di problema o indecisione. Veramente efficienti.

Due cose sarebbero da sapere prima di arrivare a Heathrow:
  1. Non vestirsi di viola;
  2. Il wi-fi è gratis solo per mezz'ora e per ottenerlo devi registrarti n-mila volte rinunciando alla privacy n-mila volte. Mezz'ora per completare la registrazione e mezz'ora per navigare gratis. Tra le cose che ho compilato c'era anche la richiesta della carta fedeltà Heathrow Rewards che mi dà diritto a qualche sconto in aeroporto purché mi ricordi di portarla con me la prossima volta che per sbaglio faccio scalo a Londra.

Il bello della colazione

PREMESSA: dal 3 all'8 dicembre sono stato a Fort Lauderdale in Florida. Mia prima volta fuori dall'Europa.

Per me non è mai stato un problema vivere in hotel anche per lunghi periodi. Una delle cose che mi piace di più è godermi con calma la colazione: è quando la mente già sveglia attende il risveglio del corpo davanti ad una tazza di caffè e ad alcune paste. Farei colazione anche per un'ora consecutiva ma purtroppo devo poi andare a lavorare.

Nella mia prima esperienza in USA questo non è stato possibile. Già la situazione mi puzzava un po' quando la receptionist mi ha detto che la sala colazione era l'ingresso (che io ho sempre pensato si chiamasse "hall" e invece si chiama "lobby"). La mattina seguente ho avuto la conferma. Sul bancone della reception erano presenti tre thermos di acqua e caffè, bicchieri di cartone con tanto di coperchietto per l'asporto e un cesto di muffin e barrette ai cereali OGM che nemmeno all'Eurospin...

Nessuno stava facendo colazione e le uniche tre poltroncine dell'ingresso erano ancora libere. Prendo una bicchierone di caffè e alcuni muffin con il terrore e la sicurezza di tirarmi il caffè addosso come faccio abitualmente con qualunque contenitore aperto di liquido. Riesco ad evitare la tragedia e mi fermo su una poltroncina a fare lentamente colazione come sono abituato.

Nel frattempo vedo passare alcuni americani. "Passare" è il verbo giusto. Senza praticamente interrompere il passo prendono un bicchiere, lo riempono di caffè, lo chiudono col tappo da asporto, afferrano due muffin e se ne vanno. Se hanno la macchina nel parcheggio, si sistemano comodamente al suo interno e consumano la colazione a macchina accesa con l'aria condizionata a palla. Se non hanno la macchina fanno dietro front e ritornano camera a fare colazione. Pure la colazione take-away!

Durante questi trasferimenti con il caffè il mano si vede perché ammiro gli americani: con tre bicchieri di caffè bollente nelle mani riescono a vivere una vita completa senza buttare nulla a terra. Vedi americani con le mani occupate da bicchieri bollenti riescono a rispondere al cellulare, a chiamare l'ascensore, a salutarti, a portare le valigie, ad aprire gli sportelli della macchina...

Cari americani, non capite un cazzo di niente, da come si consuma la colazione a come si mangia in genere, ma siete tutti dei bravissimi equilibristi. Vi ammiro.


Non le interessa il lavoro?

Mi arriva una mail di notifica da Linkedin: qualcuno vuole collegarsi con me che, se fossimo su Facebook vorrebbe dire che qualcuno mi ha chiesto l'amicizia per farsi i fatti miei.
E' una recruiter che, se parlassimo italiano sarebbe una cacciatrice di teste e che, se dicessimo le cose come stanno sarebbe una che specula sul mondo del lavoro. Io non guardo in faccia a nessuno: ti vuoi fare i fatti miei? Accontentata: ora sei un mio collegamento.
Tra i fatti miei su Linkedin c'era, ora l'ho rimosso, il mio numero di telefono e quindi mi arriva subito la chiamata dalla speculatrice del lavoro.
Speculatrice: Buonasera, sono X Y dell'agenzia Z e abbiamo appena comunicato su Linkedin.
Io: Mi dica.
Speculatrice: Volevo sapere se era interessato ad un lavoro.
Io: Non sono interessato.
Speculatrice: Ma quindi non le interessa un lavoro?
Io: Ho già un lavoro.
Speculatrice: Ma se non sa quale lavoro voglio proporle come fa a non essere interessato?
Io: Sono a posto così.Grazie.
Tutto questo condito con una certa dose di arroganza tipico dei poveri centralinisti che cercano di venderti l'abbonamento al telefono, i pannelli solari gratis o l'olio d'oliva al prezzo dell'oro.

Certo fa estremo piacere essere nella categoria delle figure professionali a cui viene periodicamente offerto del lavoro però tutto si ferma lì. Per esperienze personali recenti che mi hanno portato ad odiare la categoria degli speculatori del lavoro, so benissimo che dietro ci sono offerte ridicole che non tengono monetariamente conto dell'esperienza di una persona. I simpatici fanno spesso vedere la foto del cartello, credo realmente esistito, "CERCASI APPRENDISTA CON ESPERIENZA", nel mio caso la situazione è identica ma scritta in maniera diversa: "CERCASI PROFESSIONISTA ESPERTO CHE ACCETTI LA PAGA DA APPRENDISTA".

Un po' di rispetto.

Trincia: cambio cinghia

Dobbiamo ancora imparare ad usare la trincia e quindi ogni situazione è buona per capire i limiti della macchina. Poto la siepe di lauro: proviamo a trinciare la potatura. Finisco di raccogliere i fagiolini: proviamo a trinciarli. Finisce la campagna delle zucchine: trinciamo anche quelle. Finisce la campagna dei meloni sotto serra: porto in campo aperto un mucchio di piante arrotolate e provo a passarci sopra con la trincia. Il mucchio di piante non entra? Alzo il sollevatore e poi abbasso la trincia in movimento sul mucchio di piante: ecco il momento del patacca è arrivato! Le piante si arrotolano nel rotore che si ferma. Le cinghie usate, unica parte della trincia in evidente usura, iniziano a slittare e a fumare. Nella foto sotto si vede come le ho trovate dopo la manovra scellerata. Dopo tre tentativi del commerciante fornitore di ricambi sono riuscito a trovare le cinghie della lunghezza giusta. Nella foto sotto c'è il modello montato così la prossima volta, spero non ricapiti, vado a colpo sicuro.


Cambiare una frizione di sterzo

Questo è uno degli articoli che avrei dovuto scrivere più di un anno fa (Maggio 2015) ma che solo ora ho tempo di scrivere.

Non ero riuscito a completare l'ultima aratura del 2014 con il Minitauro cingolato perché non avevo più trazione al cingolo sinistro: per avanzare dritto con l'arato dovevo continuamente correggere a destra ed era praticamente impossibile sterzare a destra perché il trattore si fermava completamente. Recuperato l'aiuto di un meccanico esperto abbiamo proceduto allo smontaggio della frizione. Di seguito il procedimento passo per passo che mai sarei riuscito a compiere da solo.

Prima chiaramente bisogna svestire il cingolato rimuovendo tutto quello che c'è sopra la frizione da smontare: nel mio caso serbatoio olio idraulico, sedile, parafango e barra di traino. Poi bisogna sollevare il trattore dal lato da smontare. Una persona aziona le frizioni e l'altra fa girare la catena del cingolo per portare la maglia di giunzione sulla corona dentata. A questo punto la catena va aperta sperando di non dover bestemmiare troppo con la mazzetta per sfilare il perno.

Dopo aver spostato la catena (attenzione alle mani, è pesantissima!) e riabbassato il trattore, va sganciato il cingolo dalla balestra anteriore e dal perno centrale aprendo il relativo supporto. Poi va risollevato il trattore quel tanto che basta per liberare la ruota dentata dalle maglie della catena. Ora si può svitare la coscia (chiamata anche chitarra) e portarla via con l'aiuto di un muletto facendo attenzione all'ingrassatore dello spingidisco che va sfilato.


A questo punto rimane in bella vista il pacco frizione da sfilare dopo aver svitato il grosso bullone sull'asse. All'interno del pacco frizione ci sono molle molto potenti: bisogna quindi svitare le otto viti non prima di averlo compresso in una pressa o in un sistema equivalente per non verderselo esplodere in faccia. Sempre con l'aiuto del meccanico abbiamo svitato le otto viti schiacciando il pacco frizione tra il mandrino e il piano del trapano a colonna.

A questo punto i dischi frizione sono liberi. Quelli in materiale di attrito possono essere sostituiti con quelli nuovi e aiutandoli sempre con una pressa si possono riavviare le viti avendo cura di posizionare i dischi nell'ordine giusto e in fase tra di loro altrimenti è po impossibile inserirli nel tamburo del freno.


Ma alla fine qual'era il problema? Non erano i dischi finiti che, in realtà, erano solo un po' usurati ma comunque, vista l'occasione, da sostituire insieme al nastro del freno. Il problema era la ruggine che aveva bloccato la leva di azionamento dello spingidisco. La leva arruginita non era mai tornata in posizione di riposo e la frizone era rimasta premuta. Lo snodo della leva è un semplice perno in ghisa che ruota su bronzine. Sfilato il perno con molta fatica ho provveduto a rettificarlo manualmente e a rimuovere tutta la ruggine. Ho rimontato poi il tutto con un po' di grasso per rallentare il nuovo processo di ossidazione.